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martedì 5 gennaio 2021

Non tutti i vagabondi hanno perso la viaNon tutti i vagabondi hanno perso la viaE’ arrivato il 2021...

Non tutti i vagabondi hanno perso la via

Non tutti i vagabondi hanno perso la via

E’ arrivato il 2021 e poche cose sembrano cambiate. Sembriamo erranti in un mondo difficile da affrontare. Ma come recita un verso di J.R.R Tolkien

Not all those who wander are lost

Il verso di intero di Tolkien fa così:

All that is gold does not glitter, Not all those who wander are lost

e compare in La Compagnia dell’Anello ed in genere è tradotto come

Non tutto quel ch’è oro brilla, Né…


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martedì 15 settembre 2020

Cuore di cane

Cuore di cane. La short story che chiude la mia raccolta di racconti “Non tutti i vagabondi hanno perso la via” https://www.amazon.it/dp/B083C2M3RN

E’ la short story che chiude la mia raccolta di racconti brevi Non tutti i vagabondi hanno perso la via. Buona lettura!

Un mattino di un giorno qualunque nuvole sottili si allungarono in cielo, sopra i tetti della città. E non avrebbe mai immaginato, fissandole, che la libertà di quelle vele bianche potesse essere così dura.

Credeva alla luna e alle stelle, e a tutti gli astri e gli…

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martedì 8 settembre 2020

Un posto pulito, illuminato bene

Ti racconto di un posto pulito, illuminato bene

Per me racconti brevi è un’espressione che ha un nome ed un cognome: Ernest Hemingway. Ammiro il suo uso essenziale delle parole per pennellare ambienti e atmosfere, personaggi e situazioni.

E’ stato difficile scegliere un suo racconto di cui parlare, e il primo pensiero era di scrivere di quel gioiellino che è Gatto sotto la pioggia, ma poi ho optato per Un posto pulito, illuminato bene, che…

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sabato 22 giugno 2019

Racconti e racconti brevi

Racconti e racconti brevi

In una lettera del 1992, l’umorista canadese John Robert Colombo raccontò il seguente aneddoto su Hemingway: durante un pranzo con amici in un ristorante di New York (il Luchow o il The Algonquin), il grande scrittore americano sfidò i suoi convitati a mettere sul tavolo 10$, scommettendo che sarebbe riuscito a scrivere una storia in sole sei parole. Ovviamente vinse, scrivendo su un tovagliolo:

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martedì 7 novembre 2017

Si mise a pedalare lungo Lagoon Road, guardando la spiaggia e...



Si mise a pedalare lungo Lagoon Road, guardando la spiaggia e l’oceano sfilargli accanto con un senso selvaggio di libertà.

Aranyhíd. Lazslo, il suo amico ungherese che studiava le cnidarie, li chiamava così i riflessi luccicanti del sole sull’acqua. Lui, Tim, li aveva guardati spesso, l’oceano, il sole, le palme, gli aranyhíd, dai vetri un po’ opachi dell’istituto, immaginando il rumore delle onde rompere il silenzio così duro da masticare.


L’ultima battuta il mio racconto pubblicato su The Freak



giovedì 2 novembre 2017

“Di colpo anche la mia radio si mette a gracchiare. C’è qualcuno...



“Di colpo anche la mia radio si mette a gracchiare. C’è qualcuno che ha deciso di muoversi tra Battery Park e il Queensboro Bridge. 

Arrivo a Brooklyn Heights davanti a una delle tante casette in mattoni con la rampa di scalini e le ringhiere in ferro battuto che in primavera diventano una cascata di fiori.“

Brooklyn Heights! nel mio racconto Taxi Blues http://bit.ly/2xRszoN



mercoledì 4 ottobre 2017

"Il vostro pensiero, sognante sul cervello rammollito, come un lacchè rimpinguato su un unto..."

“Il vostro pensiero,
sognante sul cervello rammollito,
come un lacchè rimpinguato su un unto sofà
stuzzicherò contro l’insanguinato brandello del cuore:
mordace e impudente, schernirò a sazietà.
Non c’è nel mio animo un solo capello canuto,
e nemmeno senile tenerezza!
Intronando l’universo con la possanza della mia voce,
cammino – bello,
ventiduenne.
Teneri!
Voi coricate l’amore sui violini.
Il rozzo sui timballi corica l’amore.
Ma come me non potete slogarvi,
per essere labbra soltanto da capo a piedi!
Venite a istruirvi
dal salotto, vestita di batista,
decente funzionaria dell’angelica lega,
voi che sfogliate le labbra tranquillamente
come una cuoca le pagine del libro di cucina.
Se volete,
sarò rabbioso a furia di carne,
e, come il cielo mutando i toni,
se volete,
sarò tenero in modo inappuntabile,
non uomo, ma nuvola in calzoni!
Non credo che esista una Nizza floreale!
Da me di nuovo sono esaltati
uomini che a lungo hanno poltrito come un ospedale
e donne logore come un proverbio.”

-

Vladimir Majakovskij
(via ideepochemafisse)

Vladimir Majakovskij è Crazy Russian nel mio racconto Un mondo perfetto. Qui su The Freak!



martedì 3 ottobre 2017

domenica 17 settembre 2017

Taxi Blues

Dopo il mio racconto californiano, eccoci arrivati a New York. La nuova short story si intitola Taxi Blues, e il protagonista è un tassista della Grande Mela. Ecco un brano

Risaliamo in macchina, con la speranza che smetta di piovere prima della fine del turno. Rasheed, che è dietro di me, mi dà un colpo di clacson e lo vedo svoltare su Lexington Avenue. Finalmente ha trovato qualcuno da…

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lunedì 12 dicembre 2016

Un mondo perfetto

Il mio nuovo racconto, Un mondo perfetto, dedicato a tutti gli Albert e i Crazy Russian. Se vi piace, lasciate un commento! Se non vi piace, lasciate un commento ;)


Era arrivato a Union Square attraverso un dedalo di vie. Aveva girato intorno alla New York University, superato Washington Square e imboccato la Quinta Avenue. Poi aveva camminato a lungo fintanto che gli alberi della piazza, intravisti dalla 15-esima Strada, non gli erano apparsi come un miraggio.  Superato l’ultimo semaforo, si era trovato finalmente di fronte a un’oasi verde, come se avesse varcato i cancelli di una dimensione più ampia, più naturale, attorno alla quale il traffico si disperdeva come le pieghe di un tessuto ben spazzolato.

Dopo essersi guardato attorno per qualche istante, era andato a sedersi su una panchina dei giardinetti all’altezza dell’incrocio con Broadway. Ed era rimasto a lungo a fissare i numeri apparentemente casuali del Metronome, fino a quando, almeno, aveva abbassato lo sguardo. Fu allora che sorrise, guardando il suo orologio, come se avesse riconosciuto qualcosa che capiva e amava.

Osservava il pannello di pietra, al centro dell’installazione, simboleggiante un pendolo che muove le acque, le cui increspature formano dei cerchi concentrici. Un movimento oscillatorio che serve a misurare il tempo. Guardava e riposava. Sembrava lasciarsi cullare da quelle onde che lo portavano indietro nei suoi ricordi e a qualche pensiero di troppo.

Era così stanco che si assopì. Quando riaprì gli occhi, il Metronome era ancora lì, davanti a lui con le foglie d’oro lungo le increspature di quelle onde pietrificate che brillavano illuminate dall’energia del sole.

Quando si alzò per riprendersi dal torpore del sonno breve ma intenso a cui si era abbandonato, vide alle sue spalle un gruppetto di studenti, forse tra di loro c’era qualcuno dei suoi, che si stava raccogliendo sotto la statua di George Washington con striscioni e cartelli. Verso il centro della piazza si sentiva l’eco di una protesta.

Distratto da quelle voci fece una piccola deviazione per guardare i giocatori di scacchi allineati lungo i gradini. Era rimasto catturato da come giocavano: dalle mosse rapide e dallo scatto con cui allungavano la mano per fermare il tempo della partita. Aperture spericolate con cavalli e alfieri che correvano lungo traiettorie avventurose si susseguivano. Torri che restavano in paziente attesa dietro i pedoni. Sui quadrati di quel piccolo mondo che si apriva sui loro tavoli di plastica si sfidava la logica. 

Attorno c’era un andirivieni di gente, giocatori ostinati, spettatori curiosi.

In quanto a lui, in maniche di camicia, stava osservando, con l’aria di saperne qualcosa.

“Una partita?” gli chiese uno di quei giocatori. E nel vederlo esitare mentre si sistemava il ciuffo bianco, indisciplinato, fu così gentile da sostituire la cassetta di plastica che serviva da sgabello con una sedia vera presa in prestito dal vicino. Lo convinse così a giocare, con un gesto da niente; una partita da cinque minuti, un prezzo da pagare cinque dollari. Non un dollaro di più, non un minuto di meno. Cinque era il frutto di una regolamentazione a cui i giocatori della piazza erano arrivati nel nome di una convivenza che garantisse guadagni per tutti. Cinque è un numero intoccabile non essendo la somma dei divisori di nessun altro numero.

“Il vincitore si mangia il piatto” disse il giocatore che era un tipo loquace. E mentre allineava i pezzi sulla scacchiera chiacchierava per tutti quelli che lo stavano ad ascoltare.

“Sai perché ho due orologi al polso?”
Forse a nessuno realmente importava il perché e allora rispose da sé: “Perché è tutta una questione di tempo. Il tempo è tutto”.

La partita finì in fretta. Non era servito a nulla arrotolarsi le maniche della camicia, sistemarsi i capelli, schiarirsi la gola. Aveva gli occhi fissi sulla scacchiera e stava ancora pensando alle possibili evoluzioni del gioco quando il suo cronometro segnò la fine dei cinque minuti. Quello del suo avversario loquace invece non si era che impercettibilmente mosso. Ad ogni angolo di mondo c’è un orologio che misura il tempo relativo delle cose. Tra il pubblico che assisteva alla partita, molti erano andati a guardare altrove perché quel signore, dall’aria di saperne qualcosa, aveva mosso soltanto tre pedoni.

“Ne fai un’altra?” gli chiese il giocatore speranzoso di dollari facili.

E allora, sempre coi modi di capirne qualcosa, si preparò per un’altra partita e tirò fuori da una bustina di pelle un altro biglietto da cinque.  Giocò in tutto per un paio di mosse. Finì mentre pensava alla variante migliore su quella linea di fronte che si apriva davanti alla sua. Infine si alzò, salutò, si scusò per non essere più bravo come una volta a giocare col tempo e si diresse verso la metropolitana.
La giornata era stata lunga. A pochi passi dal chioschetto di ingresso della metro, sistemato su un muricciolo, un poeta – ma aveva tutta l’aria di essere un mendicante – vendeva versi a un quarto di dollaro. Quando gli passò davanti, si sentì chiamare: “Ehi tu! Dico a te! ci conosciamo?”

Lo guardò bene quel mendicante senza sapere cosa rispondere. Quel mattino mentre camminava per strada, si era girato per istinto sentendo chiamare il nome di Albert. Ma quando Crazy Russian, così si era presentato il poeta-mendicante, gli chiese il suo nome, gli uscì di bocca solo Al.

“Ti sei fatto fregare da quelli?”

Al non disse nulla.

“Li ho fatti io” gli disse allora Crazy Russian porgendogli il foglietto di una poesia scritta con la calligrafia stentata di un bambino.

Guarda com'è pacifico il mondo.
La notte
ha imposto al cielo
un tributo stellato.
È in ore come questa
che si sorge
e si parla ai secoli,
alla storia,
alla creazione.

“Sono molto belli” disse Al dopo essersi preso tutto il tempo necessario per leggerli.
“Non sei di qui, vero?”

Crazy Russian era curioso per via di quell’accento duro in gola con cui Al, o come diavolo si chiamava, parlava. Al scosse la testa e fece una smorfia. Crazy Russian lo guardò con sorpresa anche se era da tanto che non si stupiva più di nulla.

“Dove sei nato?” gli chiese impaziente rompendo il silenzio.

La risposta di Al venne dopo un attimo di riflessione mentre cercava di mettere insieme il quarto di dollaro con cui pagare i versi di Crazy Russian.

“Ho vissuto a lungo in Svizzera”.

Crazy Russian scosse la testa, per dire che aveva capito e approvava.

“Io invece sono nato qua, in questo buco di merda” incominciò a dire.

“Fame, umiliazioni... ogni dannata cosa. E miseria. In queste stramaledette strade non c’era che miseria quand’ero bambino. E quando sono cresciuto, era persino più orribile di quando sono nato. E si fa ogni volta peggiore”.

Al lo guardava senza dire nulla.

“Non c’era niente una volta di tutto quello che c’è oggi. E quello che c’era, adesso non c’è più. L’Astor, la Pennsylvania Station, il vecchio Madison Square Garden… tutto sparito… col tempo si fa sempre più orribile” diceva scuotendo la testa.

“Oggi è la città più brutta, lurida, merdosa del mondo”.

Mentre parlava, Crazy Russian osservava Al frugare tra le monete.

“E Brooklyn? se penso a Brooklyn… quante volte ho attraversato il ponte, a pancia vuota, a denti stretti, avanti e indietro, a elemosinare qualcosa, mai avuto niente... vendevo giornali a Times Square, mendicavo a Broadway. Ogni tanto tornavo a casa con 10 centesimi”.

Poi Al si stufò di contare e fece scivolare una manciata di monete nella scatola da cui Crazy Russian tirava fuori i suoi versi.

“Eh no, non c'è da stupirsi se ho avuto tanti incubi in tutta la mia vita” disse Crazy guardando la scatola.

“Non so come ho fatto a sopravvivere e a rimanere in me. Ancora adesso non so se sono sveglio o sto sognando. Tutta la mia vita mi sembra un lungo sogno attraversato da incubi”.

Al gli sorrise con fare dolce. Ripiegò il foglietto con la poesia e se lo mise in tasca prima di imboccare le scale della metropolitana. Camminando verso i treni, si ricordò di essersi trovato un giorno a bordo di un tram e di aver visto la torre dell’orologio che domina Berna. Immaginò cosa sarebbe successo se quel tram fosse schizzato via allontanandosi alla velocità della luce. Si rese subito conto che l’orologio della torre gli sarebbe apparso fermo mentre il suo, nel taschino, avrebbe continuato a ticchettare. E se fosse tornato dopo un lungo volo, avrebbe trovato che lì già da tempo erano cresciute nuove generazioni, mentre lui non era che minimamente cambiato.

Quando uscì in superficie a Grand Central, un raggio di sole tiepido gli attraversava il corpo. Notò la gentilezza della calda stella gialla al tramonto. Attorno a lui si muoveva l’universo della città.

sabato 30 aprile 2016

Aimez-vous Brahms?


Ecco, un breve racconto o un racconto breve. Spero vi piaccia. Ogni commento è moolto gradito ;)


È un’estate strana, dal passo un po’ sfatto che zoppica verso l’autunno. Il caldo soffocante, umido di agosto è solo un ricordo.

La città sembra un plastico: è pulita, ordinata, con le macchine incolonnate, giacche e cravatte in fila per andare al lavoro; studenti agli angoli di strade acciottolate che hanno più anni dei loro trisnonni. Tutti con una destinazione, un posto verso cui andare. Al mattino, col fiume alle spalle, quasi tutto è dovere.

Green is go, red is no” è l’ultima cosa che il taxista gli dice prima di lasciarlo davanti alla stazione di L’Enfant Plaza. “We have coloured roofs and well manicured parks” sente raccontare alle spalle, e con la coda dell’occhio vede un gruppetto di persone. Un giovane, grisaglia elegante, giacca sbottonata, scarpe comode e cuffie nelle orecchie si avvicina e chiede proprio a lui:  

“Hey y’all got a cigarette?”
“I don’t smoke”.
“Where you working?”
“Today at the metro station”.
“Wut?!”

Era uscito con una semplice maglietta, un paio di jeans, un cappellino in mano e le solite sneakers; lo strumento lo portava a tracolla in una custodia rigida blu.

Prima di entrare a L’Enfant Plaza si guarda alle spalle un’ultima volta. Nella stazione ci sono negozi, bar, un chioschetto che vende giornali, una che ha l’aria di essere brasiliana e lucida scarpe. Si piazza lì accanto. Gli sembra proprio un buon posto. Il suo dirimpettaio è un distributore automatico di biglietti della lotteria, molto frequentato. Dà un’altra occhiata in giro, si mette in disparte dal flusso arrembante di gambe, guarda le facce. Tutti hanno fretta, fretta dentro, anche chi fa la coda per il biglietto.

In controtempo, con calma, si piega sulle ginocchia e appoggia con cautela sul pavimento la custodia blu. Mentre la apre, raccoglie e fa scivolare dentro un biglietto scartato della lotteria, con lo zodiaco disegnato sopra una ruota della fortuna girata come sempre dalla parte sbagliata.

Today you can buy a violin for 100 dollars that sounds just as good as anything Antonio Stradivari made 300 years ago” commentano due che gli passano accanto come un soffio di vento. Lui impugna il manico, come se dovesse tirare fuori da un sacco di guai un piccolo gatto prendendolo per la collottola.

La corda di un violino vibra generando un’onda stazionaria. L’oscillazione prodotta dall’archetto crea un’onda che si propaga verso i due nodi fissi agli estremi della corda. Arrivata all’estremità l’onda si riflette e si propaga nel verso opposto generando riflessioni consecutive. Ad ogni riflessione, si produce uno sfasamento che a sua volta genera onde: una con tre nodi, di cui uno al centro, e poi una con quattro e così via. Sovrapponendosi, le onde creano un’onda maggiore che non si propaga più nello spazio ma vibra. La vibrazione a due nodi produce la nota fondamentale, tutte le altre generano le armoniche superiori.

Davanti a lui non c’è nessuno. Inizia piano a suonare la Ciaccona: otto battute ripetute e variate in una progressione ritmica di forme sempre nuove. Le note, lacerate come il suo cuore. Ma la gente passa e ignora quel violinista che si arrampica con le dita sulle corde come un acrobata farebbe in mezzo a cristalli. E dopo Bach, Schubert e Manuel Ponce e Massenet e ancora Bach.

Suona e continua a suonare mentre tutti hanno fretta, come di scappare dal loro destino. Emergono in superficie portati da cascate di scale, nuotano nella corrente delle sue note e scivolano via. Un paio di anni prima era morto un barbone in quella stessa stazione e non se n’era accorto nessuno, o forse sì ma comunque nessuno si era fermato. I giornali erano usciti con una breve di cronaca e avevano pontificato sull’indifferenza.

È da quarantatré minuti che suona il suo Stradivari davanti alla metro di L’Enfant Plaza come se fosse un musicista di strada qualunque, lui che fino a ieri metteva il frac nei teatri eleganti, la gente pagava per sentirlo suonare e soffocava i colpi di tosse fino a quando il silenzio finale e l’applauso libera tutti. Mentre qui qualcuno gli lancia uno sguardo veloce o al più qualche monetina. Monetine!
Il distributore di biglietti della lotteria tintinna il via vai della mattina. È il suo accompagnamento disarmonico. Tra una pausa e l’altra manca il silenzio, è come avere un’orchestra impazzita alle spalle. Non basterebbero dieci maestri a fermarne la cacofonia.

A volte qualcuno rallenta il passo, si ferma una manciata di secondi, per ascoltare le note in crescendo che escono dal violino di quel tizio che si agita sotto un cappellino da baseball. Cintia è tentata di fare un’eccezione: è bravo quel violinista accanto al suo bugigattolo da lucida scarpe, ma è una questione di spazi e di principio.

“Hey you” gli grida dietro. Lui forse non sente, continua a suonare. Lei si avvicina, esplosiva, scuotendo la testa piena di riccioli.
“Hey you. Every damn day I’m here shining shoes and sweeping up. Shall I call the police?”

La guarda, col violino in mano, senza dire niente. I suoi occhi stupiti. Il  tono di Cintia si fa meno duro.

 “You are too loud. Don’t let me hear my customers! Move there!” e gli fa segno con la mano di allontanarsi un po’ e poi il cenno di un sorriso.

Lo vede anche lei che non è il solito musicista di strada. Signori, non gratta via la solita lagna, anche se da queste parti in pochi fanno caso alla musica, ed è per questo che non c’è bisogno di essere bravi. Bastano quattro note, un po’ di melodia ogni tanto per ricordare a chi è di passaggio che c’è anche la vita, un’anima, il mondo e non solo il lavoro. Oh, Brahms... goodbye my times. Lui continua a suonare, qualcuno si ferma: due monetine, un biglietto da un dollaro. È niente male il sottofondo, è un piacere a buon prezzo per quest’angolo di mondo con la gente che corre; fosse magari un ritmo più allegro, un pochettino di jazz.

Dopo un’ora gli saranno passati davanti... mille persone? più o meno il flusso dell’ora di punta. Posa il violino, conta l’incasso: trentadue dollari e diciassette centesimi; tre cents a testa scivolati di tasca, insieme alla fretta, nella custodia del suo Stradivari. Sì, può cavarsela persino senza un agente. Trendadue dollari e diciassette centesimi c’è chi non riesce a metterli insieme in un’intera giornata. Ma lui può cavarsela e adesso è ora di andare. Là dietro le porte c’è il sole che brilla, sembra quasi primavera, questa giornata...  sì è tempo di andare, a vivere, lasciare il posto al prossimo suonatore... mentre alle spalle continua il via vai, passi su passi, cascate di scale, sguardi diritti, mani aggrappate alle borse, facce serie. Tutti guardano avanti, attenti a dove mettono i piedi, come se non volessero lasciarsi cambiare dal mondo.