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mercoledì 4 settembre 2013

Underground 3 - Algebra

Arrivai un po’ in ritardo, questo vecchio dipartimento in cui mi ero laureato, e andai dritto verso il corridoio seguendo una freccia sotto la scritta “AULA C” che spiccava nera su un foglio bianco appeso a un muro bianco.
Poi il corridoio finiva e l’indicazione spariva.
Tornai indietro a chiedere. Il cortile dove c’erano le aule stava proprio lì, dietro una porticina eternamente chiusa dove il corridoio finiva.
Scesi quattro diroccati gradini ed era proprio una bella giornata questa portata dal sole tra le vie e i cortili della città.
La penombra dell’aula fatta di mattoni rossi e i sedili imbottiti color amaranto facevano una certa atmosfera come in quei vecchi pomeriggi di primavera passati a studiare e forse un po’ anche a fantasticare.
Non conoscevo il tizio che con un filo di barba si muoveva sulla pedana, scriveva alla lavagna, guardava i fogli che teneva in mano e parlava.
Poi cancellava simboli e formule e ricominciava a scrivere riempiendo in lungo e in largo i due metri e più di lavagna.
Fuori al sole c’ero io, con la mia borsa a tracolla, che sbirciavo dentro. Qualcuno si girò per guardarmi.
Mi appoggiai al muro, un po’ di lato. Ero l’unico in piedi al fondo di un aula non troppo affollata.
In questa giornata di finta estate si poteva pensare che da un momento all’altro tutti si sarebbero alzati per andare a buttarsi su una spiaggia, se non che eravamo lontani almeno cento chilometri dal mare.
Non avevo mai capito chi abitasse quei palazzi che davano sul cortile, tanto erano mal messi; comunque a un certo punto iniziò il bum bum di una batteria e un basso. Si era aggiunto a questo bel quadretto anche quello che mi aveva indicato l’aula; si era seduto su uno dei gradini e si era messo a fumare.

Tutto era perfetto: dentro l’aula l’algebra e fuori la vita. Be’, anche l’algebra a modo suo era un pezzo di vita.
(continua)

Parti precedenti:
Underground 1 - 
Underground 2 - Ponte e dintorni

lunedì 26 agosto 2013

Underground 2: Ponti e dintorni

 Me ne ero finalmente andato via dopo tutte quelle firme e quelle facce da “non sono contento”… P mi aveva sorriso, io l’avevo salutata e per fortuna non avrei più rivisto tutti quegli studenti. Mi rodevano quelle lamentele. Non ero capace a lasciarmele scivolare via di dosso. Nella mia testa si inchiodavano a tutti gli altri pensieri e tutte le mie rotelle si mettevano al comune servizio di non far altro che pensarci su.
Per fortuna squillò il telefono. E per fortuna era Fra’. Il vantaggio del giorno sulla notte. E’ proprio questo, che alla luce del sole si è un po’ meno abbandonati a se stessi, finché almeno si può stare attaccati a un cellulare come fosse un salvagente.
- Ciao Danì come stai?
- Bene, tu?
I nostri soliti convenevoli.
- Senti ho bisogno di parlarti. Ma non adesso. Devo andare a lezione. Oggi pomeriggio ci sei?
- Sì, quando vuoi. Ma per cosa?
- C’è un seminario di Ricky a matematica. Ci vediamo lì alle quattro? Puoi?
Ricky era Ricky per via del suo cognome.
- Sì perfetto.
Dissi al volo sforzandomi di ricordare se avevo qualche appuntamento, qualche riunione fissata il pomeriggio; ma mi sembrava di no.
- Magnifico!
- Ma per che cos’è?
- Ponti e dintorni.
- Ponti e dintorni?
Chiesi con la voce di uno che non riusciva ad avere un barlume di idea di cosa si stesse parlando.
- Ponti e dintorni. Poi ti spiego. Sono di corsa, perdo l’autobus. Ci vediamo dopo.

Autobus. Io intanto prendevo la metro e me ne tornavo al mio dipartimento. E magari prima passavo anche a mangiare qualcosa. La solita, in fretta e in piedi.

lunedì 29 luglio 2013

Underground 1

E' credo un lungo racconto, for sure raccontato a puntate. Please, fatemi sapere cosa nei pensate nei commenti :)
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Uscii come sempre di corsa dalla stazione della metropolitana.
A cosa pensavo? Un vento nervoso spazzava le ultime foglie rimaste per strada e faceva volare riempiendoli d’aria dei sacchetti di plastica; come tanti pensieri che nascono e muoiono portati da una corrente di cose nata dal caso, agitati qua e là quel tanto che… a cosa fossi concentrato tra le ombre variabili dei raggi di sole del solito febbraio ventoso era difficile dirlo.

Camminai in fretta fino all’istituto. Poi salii e scesi scale, girai in un corridoio sbagliato, ero in ritardo, finché trovai l’aula.
P mi fece un grande sorriso. Quanti anni poteva avere? Sui cinquanta? Portati bene.
- Oh ciao, eccoti. Noi abbiamo già iniziato.
Aveva anche una voce piacevole, una bella tonalità che dava sul basso. E continuando rivolta ai ragazzi
- Avete capito? Un campione è stato randomizzato al gruppo di controllo e un altro al gruppo di trattamento. Chi non ha capito alzi la mano.
Poi toccò a me. E mettendo insieme frasi in un disordine sparso fatto di complemento, verbo e soggetto - il soggetto per lo più al fondo - infarciti di molti avverbi, con il mio solito filo di voce, per fortuna l’aula era piccola, spiegai come bisognava rispondere in maniera corretta alle mie quattro domande.

Con il foglio del compito in mano, come tante api operose nel loro andirivieni, gli studenti giravano intorno alla cattedra, con gli occhi fissi ai compiti, guardando, confrontando, contando.
- Perché mi ha segnato sbagliata questa risposta?
Eccola quella che per tutto il corso si era lamentata di non capire.
- Perché …
… diavolo mi trovavo lì? con quegli studenti che volevano sempre e solo mezzo voto in più senza preoccuparsi di capire nessun perché?
- Sarà così. Avete sempre ragione voi.
Mi aveva anche detto piuttosto seccata. E pensare che qualche settimana prima le avevo risposto gentilmente a una mail. Con l’espressione della vittima, tornò a sedersi al suo posto aspettando di essere chiamata per registrare il voto. La raggiunsi con il foglio in mano spiegandole in maniera molto semplice

- Tu confondi l’alfa con il p.

(continua)